la cruna dell'ago

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«Io, “signor nessuno”, voglio diventare consigliere d’amministrazione Rai»

MILANO – Da quasi dieci anni punta a entrare nella stanza dei bottoni della Rai per cambiarla. La vorrebbe aperta ai giovani e con poca pubblicità. Dei compensi milionari agli artisti, poi, non vuole nemmeno sentir parlare. Piuttosto investirebbe in informazione e divulgazione. Roberto Menegon di mestiere posa marmo e piastrelle, ma tolti i guanti ama occuparsi di interessi pubblici. Per tre volte si è candidato sindaco di Fanna, comune pordenonese di 1.500 abitanti. Poi si è proposto per la Rai e nel 2011 ci ha provato anche con il consiglio della locale Banca di Credito cooperativo. Mentre il suo nome gira l’Italia in cima alla lista dei candidati al consiglio di amministrazione dell’emittenza pubblica, lui è al lavoro, in Austria.

Menegon, come nasce questa candidatura?

Mi interesso di Rai dal 2002 e dall’anno dopo sollecito l’inserimento del mio nome nella lista. Con la legge Gasparri occorre scrivere ai presidenti delle camere e così ho fatto. Ricordando che la scadenza era vicina, ho telefonato proprio pochi giorni fa per sincerarmi che il mio nome ci fosse.

Cosa proporrà da consigliere?

Chi paga il canone ha diritto a un’impronta più divulgativa e informativa della televisione pubblica. La pubblicità va limitata, perché la paghiamo ogni giorno al supermercato. Non vedo giovani nei palinsesti, mentre sono incomprensibili i cachet miliardari dati a certi artisti.

Cos’è stato, ormai molti anni fa, a portarla a interessarsi così della Rai?

Notai che l’ascolto del pubblico si spostava verso le televisioni private. Mancando un ruolo di informazione e didattica nella Rai, le persone si sono allontanate. Volevo fare qualcosa per migliorare la situazione.

Cosa pensa del canone?

I cittadini non se ne rendono conto, ma il canone è una specie di azionariato, è ciò che ci permette di partecipare. Io sono per la democrazia partecipativa. Solo così possiamo intervenire per valorizzare il patrimonio informativo e i giovani, portare proposte civiche.

Lei parla molto di giovani…

La Rai dovrebbe considerare di dare lavoro ai giovani che abbiano studiato cinematografia o arte. Vediamo tutti com’è. Basta pensare che sono il più giovane tra i candidati, ma ho 49 anni. Sono io che abbasso la media d’età dei candidati. Questo proprio non me l’aspettavo.

Si presenta come comune cittadino, ma si è candidato sindaco…

Per tre legislature. Nell’ultima non sono stato eletto perché eravamo tanti candidati sindaco e c’era uno sbarramento (prese 47 voti, il 5,04% ndr). Da unico del mio gruppo di minoranza, però, sono stato per anni in tutte le commissioni e ho visto tutte le delibere di giunta. Posso dire di aver maturato una certa esperienza.

Si è candidato anche per il cda della banca di credito cooperativo di San Giorgio e Meduno?

Sì, sono stato il primo dei non eletti. Sono socio. Nell’ultima assemblea sono stato criticato, mi hanno dato del comunista perché ho osato ricordare che la banca è stata fondata nel 1891, lo stesso anno del Partito Socialista Italiano. Non era un riferimento a caso. Volevo ricordare che le cooperative le hanno fatte artigiani e operai, gente che lavora. E’ così dappertutto, anche in Austria.

Ha tessere di partito?

No, ora no.

E in passato?

Sì, di sinistra.

Quali partiti?

Pci, Rifondazione… ma da candidato sindaco avevo la lista Programma Alternativo, una civica con persone di varie provenienze. Vedremo se estenderla per le elezioni regionali…

Cosa si aspetta da questa candidatura per la Rai?

Ho buone aspettative.

A chi obiettasse una sua scarsa competenza specifica nell’ambito della televisione, dell’informazione e dello spettacolo, cosa risponderebbe?

Che sono un esperto di pubblici bilanci e che il compito sarà quello di seguire lo statuto e le leggi, svolgendo il mandato nel rispetto di chi paga il canone.

Si è già studiato il bilancio della Rai quindi?

Certo, l’ho guardato su internet, ma non lo mettono tutto…

 

Questo articolo è stato pubblicato su Il Vostro Quotidiano il 13 giugno 2012

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Chi è Gloria Tessarolo, leghista di Oderzo paracadutata in Rai

Gloria Tessarolo intervista Giancarlo Gentilini, prosindaco di Treviso

TREVISO – «Il mio nome per il cda Rai? Solo cose uscite sui giornali». Gloria Tessarolo si smarca, non vuole commentare quelle che per lei sono solo voci di stampa senza sostanza. La trentaduenne trevigiana, ex segretaria della Lega di Oderzo e fino al 2011 consigliera leghista all’opposizione nel suo Comune, si trova bene dove sta, nel consiglio d’amministrazione di Rai Cinema. Le rimane un anno di mandato e intende andare fino in fondo. In questi giorni sta rivivendo un film, quello della pedina del Carroccio trevigiano che merita un posto che conta. Anche nel luglio del 2010 la sua fu etichettata come una nomina dettata esclusivamente dal colore politico. E come allora fa spallucce di fronte a ogni critica, venisse da un quotidiano locale oppure da Report, che la citò nella puntata sugli incarichi prestigiosi sponsorizzati dai partiti.

Decisa, spigliata, Gloria Tessarolo è una ragazza politicamente convinta, una pasionaria della Lega. Laureata in Lingue a Ca’ Foscari, volto noto delle tv locali nella conduzione di qualche tg e molte trasmissioni, addetta stampa e presentatrice, ha sempre fatto della comunicazione il suo lavoro, che continua anche oggi nonostante l’impegno per il cinema italiano. Si definisce semplicemente una «pendolare». Da una parte il lavoro in Veneto, dall’altra Rai Cinema che «sta andando bene, è sotto gli occhi di tutti. Torniamo da Cannes dove è stato premiato Matteo Garrone (per Reality, coproduzione Rai e Fandango), ma i riconoscimenti sono stati tanti». Orso d’Oro, Ciak d’Oro, David di Donatello sono nel palmares recente della “squadra”. Guai ad attribuire alla Tessarolo meriti speciali: «E’ un consiglio d’amministrazione, le responsabilità e i meriti sono condivisi tra tutti».

Questo articolo è stato pubblicato su Il Vostro Quotidiano l’11 giugno 2012

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Storie di uomini e imprese di montagna

Da ‘foresto’ si è interrogato sulla vita in montagna, da giornalista è andato a cercare le risposte. Ha chiesto ai montanari, entrando nelle case, negli uffici e nei laboratori dove creano e lavorano. E perché. Così Stefano Vietina ha collezionato 45 interviste per il quotidiano bellunese Corriere delle Alpi, poi raccolte in un libro dal titolo limpido: Storie di uomini e imprese che fanno vivere la montagna.

Storie di uomini e imprese, Stefano Vietina

La copertina del libro

Perché si è messo alla ricerca delle storie imprenditoriali di queste vallate dolomitiche?

Ero incuriosito dagli effetti della crisi dell’occhialeria. Se è vero che fino a pochi anni fa questo settore, da solo, assorbiva il 75% degli occupati del Cadore ed oggi solo il 40%, dove era andato a lavorare questo 30% circa di differenza? Non tutti erano ovviamente in età da pensione. Da qui sono partito e mi sono messo alla ricerca di aziende grandi e piccole, per capire questa nuova geografia economica. Mi ha aiutato la curiosità, la passione per la montagna, ma soprattutto la considerazione che ho da sempre per chi vive in queste valli.

Approcciando il libro sembra aprirsi uno scrigno normalmente tenuto lontano dalla vetrina mediatica, fatto di imprese vissute, ma poco raccontate. Si è fatto un’idea del perché tanti imprenditori bellunesi tendano a dosare le parole, a non scegliere la comunicazione correndo il rischio di subirla. Del perché “lavorino in silenzio” per usare le parole di Monestier…?

Omar Monestier, direttore del Corriere delle Alpi, nella sua bella presentazione del libro, sostiene in effetti che “Ai bellunesi è mancata spesso la voglia di raccontarsi. Per pudore, per semplicità, per mancanza di vanagloria. E’ sempre stato così e non c’è motivo di meravigliarsene. Nella cultura della gente di montagna l’esibizione non ha mai trovato posto…” Il pudore, in effetti, è un freno, così come anche la paura di scatenare invidie ed inimicizie, che spesso seguono a ruota il successo. “Eppure ci sembrava sbagliato che tanta capacità geniale di fare e di fare bene non venisse narrata…” prosegue Monestier. Ed è quello che ho cercato di fare io, con la curiosità del giornalista, con la passione del turista, con l’incoscienza propria di chi viene da lontano ed approccia la realtà scevro dal disinganno provato da chi, invece, qui vive e spesso soffre. “Ci voleva una scrittura gentile – dice ancora Monestier, e lo ringrazio di questo – con un accento “foresto”.” Ecco, probabilmente al foresto si parla con minor timore, se questo foresto sa farsi apprezzare e ben volere.

Definisce cadorini e comeliani gente “tosta”, quali caratteristiche, più o meno positive, sono intese in questo aggettivo?

Li definisco così a ragion veduta, avendone sposata una che esemplifica bene queste caratteristiche di tenacia, forza d’animo, orgoglio, volontà ferrea, diffidenza verso le cose troppo semplici, disinganno. Che si traduce, in positivo, nel saper fare tanto e bene; nel sapersi ritagliare il proprio spazio vitale anche in un ambiente difficile ed ostile come la montagna; nel combattere quotidianamente a viso aperto. In negativo, se posso permettermi, nel non saper fare squadra, nell’innalzare la bandiera dell’individualismo fino a scontrarsi con gli altri, invece di collaborare.

L’ambiente unico delle Dolomiti è un attore protagonista nelle storie che ha raccolto?

Certamente. L’ambiente della montagna è difficile, spesso ostile, e se non riusciamo a far restare i giovani in montagna questo ambiente deperisce e muore. Anche se è patrimonio mondiale dell’Unesco. La montagna non è solo un grande parco divertimenti, dove turisti e sportivi vengono a cercare sollievo dallo stress cittadino. La montagna vive veramente solo se è abitata, curata ed accudita da coloro che ci sono nati e che vi risiedono tutto l’anno. Ma vivere in montagna si può? In un’epoca come la nostra, dominata dalla globalizzazione, quanto è difficile abitare, lavorare e creare ricchezza, opportunità e sviluppo in un’area dove le “comunicazioni” in senso lato sono più difficili? Questo dobbiamo chiederci se vogliamo aiutare la montagna, e la gente di montagna, a sopravvivere.

Per lavoro e come docente segue da tempo i cambiamenti dei media e della società. Le chiediamo una predizione. Arriverà, lo speriamo, il giorno in cui tutti i borghi dolomitici saranno “wired”, connessi al mondo come nel resto del mondo connesso. Come cambierebbe la vita in montagna con le “connessioni” della pianura?

Spero che le connessioni in montagna presto non solo si adeguino a quelle della pianura italiana, ma soprattutto raggiungano il livello dei Paesi nordici dell’Europa, dove si è capito che la rete aiuta, stimola, crea lavoro e consente di vivere meglio. Siamo molto arretrati in Italia, dove solo da pochi giorni è su internet un po’ più del 50% della popolazione. Ed è per questo che dobbiamo correre e che la montagna deve correre ancora di più. In montagna si può anche fare ricerca avanzata, come dimostra il MultiPhysicsLab di Vallesella di Cadore, di cui parlo nel libro. E la si può fare meglio che in città, perché l’ambiente di montagna stimola la mente dei ricercatori. A patto però che si superino rapidamente le barriere tecnologiche che ancora si frappongono alla connessione veloce.

Oltre all’infrastruttura, secondo lei serve un impegno per l’alfabetizzazione ai nuovi media?

Noi digitali acquisiti facciamo fatica a ragionare nei termini del web 2.0, ma possiamo superare questa barriera, anche culturale, nel momento in cui comprendiamo come la rete possa darci una mano in più anche nel lavoro, oltre che nella gestione dei nostri interessi. Io insegno in Università (il mio corso di Sociologia dei Media si occupa in particolare di nuove tecnologie e comunicazione) proprio per avere un contatto costante e diretto con il mondo della ricerca e dello studio e con quello dei giovani. I “nativi digitali” ci insegnano a convivere positivamente con la rete. Noi adulti facciamo qualche fatica in più, ma possiamo aiutare i giovani a vedere le cose con maggiore spirito critico. Nel dialogo diretto, intenso, quotidiano tutti ne abbiamo da trarre qualche vantaggio.

Tra 45 storie interessanti, ne scelga una che l’ha sorpresa e una che ci sorprenderà in futuro.

La prima che mi viene in mente è senz’altro la storia di Lorenzo De Candido, l’uomo che vive con le api. Ci siamo sentiti un sabato mattina di agosto, nel pomeriggio è passato a prendermi e siamo andati nella località Le Ante, sopra Santo Stefano di Cadore. “Vieni che ti faccio conoscere la regina”, mi ha detto con grande semplicità. E così siamo stati insieme quattro ore, in pratica tutto quello splendido pomeriggio di sole, a vedere le api, mentre lui mi spiegava la bellezza di questa sua passione. Un ragazzo d’oro, preparatissimo, coscienzioso, innamorato del suo lavoro. Chi ci sorprenderà in futuro? Senza dubbio i giovani. Io ne ho intervistati alcuni che fanno gelato, birra artigianale, confetture di tarassaco, miele, frumento, che si occupano di arte, di cultura e di tradizioni… Ma ce ne sono molti altri che non vogliono mollare, che hanno scelto di continuare a vivere in montagna e di montagna, che segnano una strada anche per le nuove generazioni. Sono loro che in un futuro anche abbastanza prossimo, ci sorprenderanno.

Il libro di Stefano Vietina “Storie di uomini e imprese che fanno vivere la montagna” (Edizioni Arco, pagg. 238, euro 10,00) raccoglie 45 interviste pubblicate, nel corso di un anno, sul quotidiano Corriere delle Alpi. Una panoramica su altrettante sfide imprenditoriali nate e cresciute all’ombra delle Dolomiti bellunesi, che rappresentano la variegata capacità di reagire alla fine del boom dell’occhialeria che pareva aver monopolizzato gran parte delle risorse e delle energie vitali di queste vallate: dal legno alla birra, dall’edilizia alla robotica, dall’arte all’idraulica, dalle stufe agli interruttori, dalle chiavi ai biscotti… Il volume è in vendita presso alcune edicole e librerie del Cadore e del Comelico, oltre ad alcune librerie di Belluno e Padova. Info sui siti www.stefanovietina.it e www.arcosrl.info, dove può anche essere acquistato online.

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