la cruna dell'ago

Icona

Ciò che passa. Per la testa e per il Blog.

La rivoluzione dei media vista dal NYT

Page One è una telecamera ficcanaso nel palazzo de The New York Times, una delle istituzioni del giornalismo mondiale. Curiosando tra le scrivanie della redazione media, creata per raccontare quel pezzo di industria nato per soddisfare il bisogno di informazione dei cittadini, il documentario spalanca un’altra porta, quella del mondo dell’informazione appunto, messo a nudo per intero, dall’alto dei premi Pulitzer fino ai rovinosi, anche recentissimi, fallimenti.

Page One ricorda gli scandali che hanno coinvolto gli stessi giornalisti del NYT. Colpi alla credibilità che hanno avuto la potenza di scalfire l’istituzione giornalistica almeno quanto il crollo delle entrate pubblicitarie. Il film tocca il tasto, ancora dolente, degli articoli di Judith Miller sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, basati su false veline governative, e quello delle invenzioni e scopiazzature firmate dal giovane e rampante reporter Jayson Blair fino al 2003, quando si dimise, seguito poco tempo dopo dal direttore.

La vera bancarotta dei giornali viene dalla perdita dei princìpi cardine, dalle deviazioni per interessi particolari, dalla svendita della qualità per ridurre costi. Ciò che gli avventurieri dell’industria mediatica considerano «arroganza del giornalismo», in realtà appare nelle sequenze del docufilm come l’unico antidoto per sopravvivere alla rivoluzione. Uno dei messaggi chiave sembra venire, infatti, dal servizio di David Carr che meritò l’A1, la prima pagina, il 6 ottobre 2010. La bancarotta del gigante Tribune, editore di grandi giornali da Chicago a Los Angeles, va imputata alla rivoluzione dei media o, piuttosto, alle scelte che danneggiano la qualità dell’informazione e ridicolizzano il lavoro dei giornalisti, preferendo all’etica la finanza creativa e la pubblicità spregiudicata?

Il problema non è la carta, dunque. E non è solo il divorzio tra carta e pubblicità. Il giornale esiste e resiste finché la redazione (luogo fisico in cui si realizza un prodotto collettivo) ospita giornalisti capaci (multimediali e multidisciplinari) e un editore che investe con strategia sulla piattaforma, sia essa tradizionale, tablet o web, mentre dall’altro lato riceve entrate, leggi soldi, da chi acquista questi contenuti.

Per leggere The New Yourk Times si paga, anche in rete. Quanti giornali hanno il coraggio di dare un prezzo al proprio prodotto online? Ma Internet abitua alla gratuità, si obbietta. Uno scambio iniquo è insostenibile, semplice risposta. A che serviranno degli aggregatori di news senza news credibili diffuse da un’istituzione giornalistica affidabile? Altro quesito meno banale di quanto possa sembrare dal modo bizzarro, ma efficace, che utilizza David Carr per portarlo nel dibattito di una conferenza: dalla pagina web di un aggregatore spariscono i contenuti e rimane piena di buchi.

Il destino dei giornali di carta non riguarda un solo pezzo dell’informazione. Tanto più quanto il giornale, come il NYT ritratto da Andrew Rossi in Page One, è fonte di ispirazione per televisioni e riviste, o addirittura l’investigatore che rivela leaks e storie nascoste. Quando non ci riesce da solo sostiene chi innova lo strumento, non il metodo, come è la non profit ProPublica, ormai riconosciuta istituzione dell’informazione mondiale. Chi si aspetta risposte da Page One potrebbe spazientirsi: il modello non c’è, non esiste o non si vede neanche da lassù. Però se si pensa all’interesse del lettore ci si avvicina di più.

Annunci

Archiviato in:economia, editoria, film, informazione, , , , , ,

Prossimo evento #HHVE

Nessun evento in arrivo

Twitter

Inserisci la tua email e sarai avvisato quando ci saranno aggiornamenti

Segui assieme ad altri 650 follower

Stats

  • 2,665 hits

Argomenti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: