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Impatti del clima sui cereali [poster]

Are cereals globally in trouble?
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Quali saranno gli effetti del cambiamento climatico sui cereali più coltivati dall’uomo? Il working paper “Are cereals globally in trouble?” analizza una scenario climatico e gli impatti che provocherebbe nel 2050 sull’agricoltura a partire dalle relazioni e reazioni clima-produttività riscontrate negli ultimi decenni. La proiezione sul futuro mostra aree sensibili esposte a caldo estremo, allagamenti o siccità.

Ho tradotto dati e contenuti del paper in un poster grande IMG-20130514-WA0000formato (42×60 pollici) presentato alla conferenza annuale del Center for Geographic Analysis di Harvard e come progetto finale del corso Geographic Communication Today tenuto da Jeff Blossom alla Harvard Extension School. Il poster sarà affinato e integrato con il progredire della ricerca, condotta dalla Marie Curie Fellow Enrica De Cian con il professor Ian Sue Wing della Boston University.

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La rivoluzione dei media vista dal NYT

Page One è una telecamera ficcanaso nel palazzo de The New York Times, una delle istituzioni del giornalismo mondiale. Curiosando tra le scrivanie della redazione media, creata per raccontare quel pezzo di industria nato per soddisfare il bisogno di informazione dei cittadini, il documentario spalanca un’altra porta, quella del mondo dell’informazione appunto, messo a nudo per intero, dall’alto dei premi Pulitzer fino ai rovinosi, anche recentissimi, fallimenti.

Page One ricorda gli scandali che hanno coinvolto gli stessi giornalisti del NYT. Colpi alla credibilità che hanno avuto la potenza di scalfire l’istituzione giornalistica almeno quanto il crollo delle entrate pubblicitarie. Il film tocca il tasto, ancora dolente, degli articoli di Judith Miller sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, basati su false veline governative, e quello delle invenzioni e scopiazzature firmate dal giovane e rampante reporter Jayson Blair fino al 2003, quando si dimise, seguito poco tempo dopo dal direttore.

La vera bancarotta dei giornali viene dalla perdita dei princìpi cardine, dalle deviazioni per interessi particolari, dalla svendita della qualità per ridurre costi. Ciò che gli avventurieri dell’industria mediatica considerano «arroganza del giornalismo», in realtà appare nelle sequenze del docufilm come l’unico antidoto per sopravvivere alla rivoluzione. Uno dei messaggi chiave sembra venire, infatti, dal servizio di David Carr che meritò l’A1, la prima pagina, il 6 ottobre 2010. La bancarotta del gigante Tribune, editore di grandi giornali da Chicago a Los Angeles, va imputata alla rivoluzione dei media o, piuttosto, alle scelte che danneggiano la qualità dell’informazione e ridicolizzano il lavoro dei giornalisti, preferendo all’etica la finanza creativa e la pubblicità spregiudicata?

Il problema non è la carta, dunque. E non è solo il divorzio tra carta e pubblicità. Il giornale esiste e resiste finché la redazione (luogo fisico in cui si realizza un prodotto collettivo) ospita giornalisti capaci (multimediali e multidisciplinari) e un editore che investe con strategia sulla piattaforma, sia essa tradizionale, tablet o web, mentre dall’altro lato riceve entrate, leggi soldi, da chi acquista questi contenuti.

Per leggere The New Yourk Times si paga, anche in rete. Quanti giornali hanno il coraggio di dare un prezzo al proprio prodotto online? Ma Internet abitua alla gratuità, si obbietta. Uno scambio iniquo è insostenibile, semplice risposta. A che serviranno degli aggregatori di news senza news credibili diffuse da un’istituzione giornalistica affidabile? Altro quesito meno banale di quanto possa sembrare dal modo bizzarro, ma efficace, che utilizza David Carr per portarlo nel dibattito di una conferenza: dalla pagina web di un aggregatore spariscono i contenuti e rimane piena di buchi.

Il destino dei giornali di carta non riguarda un solo pezzo dell’informazione. Tanto più quanto il giornale, come il NYT ritratto da Andrew Rossi in Page One, è fonte di ispirazione per televisioni e riviste, o addirittura l’investigatore che rivela leaks e storie nascoste. Quando non ci riesce da solo sostiene chi innova lo strumento, non il metodo, come è la non profit ProPublica, ormai riconosciuta istituzione dell’informazione mondiale. Chi si aspetta risposte da Page One potrebbe spazientirsi: il modello non c’è, non esiste o non si vede neanche da lassù. Però se si pensa all’interesse del lettore ci si avvicina di più.

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Il Nordest alle prese con i biocombustibili. Olio dall’Africa per produrre energia

VENEZIA – Il passaggio epocale dai carburanti fossili estratti dal sottosuolo a quelli coltivati nei campi agita il Nordest. Il Veneto si ravvede e rincorre l’exploit del mais da biogas limitando il campo alla speculazione. Applaude Coldiretti, preoccupata per gli allevatori bisognosi di silomais a buon mercato per alimentare il bestiame. I vicini governanti del Friuli Venezia Giulia, invece, sono alle prese con la richiesta di una centrale termoelettrica alimentata ad olio di palma importato dall’Africa, proposta da Investimenti Industriali Triestini, una società in mano a immobiliari romane. Subito si sono sollevate le proteste di cittadini e ambientalisti, i quali hanno chiesto e ottenuto proprio in questi giorni che il progetto sia sottoposto a una stringente valutazione ambientale. Che la filiera di approvvigionamento sia corta o lunga, quindi, la corsa agli incentivi sulle rinnovabili apre nuovi conflitti nei territori.

VENETO: STOP AI DIGESTORIColdiretti Veneto stima che per alimentare i 170 biodigestori finora concessi dalla Regione Veneto sia necessario dedicare al carburante 14mila ettari, sui 45mila vocati a silomais. Una superficie «di fatto sottratta alla filiera agro-zootecnica regionale», tuona l’associazione, perché se il silomais per alimentare le stalle manca o costa troppo si deve ricorrere ai mangimi. Un meccanismo contro natura che l’assessore all’Agricoltura Franco Manzato ha stoppato con l’avvallo (forse sofferto) del titolare dell’Energia, Massimo Giorgietti. La delibera firmata oggi individua i siti, come aree protette o con coltivazioni di pregio, “non idonei alla costruzione e all’esercizio di impianti per la produzione di energia alimentati da biomasse, biogas e per produzione di biometano”, ma soprattutto frena le turbative di mercato sulle coltivazioni, innescate dagli incentivi europei. La strada dovrebbe invece rimanere spianata per le centrali “virtuose” che producono energia utilizzando sottoprodotti come liquami, letame e altri scarti agro-industriali.

FVG: PETROLIO DALLE PALME? – Può una centrale termoelettrica costruita ad Opicina, sul Carso condiviso con la Slovenia, dare lavoro a 1.350 famiglie nell’Africa equatoriale? Secondo la IIT srl sì: l’ha scritto nel capitolo Ricaduta sociale del progetto per l’impianto in valutazione. Questo il meccanismo previsto. Da 15mila ettari di palme coltivate in Costa d’Avorio o Tanzania saranno spremute 58mila tonnellate di olio, che arriveranno a Trieste in sei navi cisterna dopo 14mila chilometri di navigazione. Dal porto saliranno alla centrale ogni anno 1.075 vagoni cisterna e 473 autocisterne. Tutto questo per sfruttare i contributi in euro (pubblici, in quanto europei). Filiera intercontinentale, il traffico e le emissioni di polveri sottili dalle ciminiere alte 35 metri preoccupano i comuni e le associazioni, Legambiente e Wwf in testa. Gli abitanti hanno raccolto 950 firme contro il progetto e attendono con ansia l’esito della Via regionale (vedi i documenti ).

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