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Perché comunicare la ricerca?

Drive me out from all these words

I beneficiari devono promuovere la ricerca e i suoi risultati, fornendo informazioni mirate ai diversi fruitori (inclusi media e pubblico) in modo strategico ed efficace“. Il comandamento, contenuto in tutti i contratti targati Horizon2020, è una prima ragione per la quale tu, ricercatore, senti il bisogno di occuparti di comunicazione. Funzionerebbe, forse, ma sarebbe miope fermarsi qui, comunicando perché ce lo chiede l’Europa.

Gli olandesi Fred Balvert, Marcel Hulspas e Souad Zgaoui, nella loro agile guida per il ricercatore alle prese con i media, allargano l’orizzonte e partono da questo dato di fatto: la scienza non può funzionare senza i media. “Un adeguato supporto pubblico e politico è di vitale importanza per il futuro della ricerca – scrivono. – E’ un’illusione pensare che tale supporto possa giungere senza una presenza convincente della scienza e degli scienziati nei media“.

Per l’Europa, per avere la gente al tuo fianco, per i fondi. E se la comunicazione servisse anche ad ottenere citazioni insperate? Le riviste scientifiche aumentano. L’interdisciplinarietà porta il tuo paper su riviste che non hai mai considerato, ai confini della galassia della tua disciplina. Quanti, tra i pari, ti citeranno?

Il punto è questo: pare proprio che finire su un giornale per non esperti possa giovare anche alla condivisione tra scienziati. E far aumentare le citazioni. Certo, il celebre studio che, nel 1991, lo dimostrò si riferiva ad articoli di medicina ripresi dal New York Times. Che dire riguardo campi meno notiziabili? o giornali meno internazionali del New York Times (quasi tutti gli altri)?

Infatti, non esiste solo il NYT e il panorama mediatico non è più quello del 1991. Una pubblicazione recente, del 12 settembre 2014, indaga il tema all’epoca dei “nuovi media“, scoprendo correlazioni tra l’impatto dei ricercatori e le menzioni dei loro lavori su Twitter. Inoltre, dimostrano un legame tra interazioni ricercatore-giornalista e citazioni. Matt Schipman ne parla in dettaglio qui e lo ringrazio per gli spunti.

L’impatto e la reputazione del ricercatore sono linfa per il prestigio dell’istituzione in cui lavora. Le ragioni per investire nella comunicazione sono in gran parte le stesse. Charlotte Autzen, in un articolo per il Journal of Science Communication, nota che le università più prestigiose sono anche quelle che diffondono più notizie sulle proprie ricerche sottoforma di comunicati stampa.

Opportunità di continuare a fare il proprio lavoro, soldi, visibilità e prestigio non sono le sole ragioni per cui valga la pena impegnarsi nella comunicazione. Il pubblico là fuori vuole sapere come spendi i suoi soldi, ma prova anche piacere nel capire il risultato raggiunto e (se esiste, cercandolo) il suo legame con la vita quotidiana.

Aumentare la consapevolezza dei cittadini nei confonti della scienza, scrivevano Geoffrey Thomas e John Durant nel 1987, porta benefici per la scienza stessa, le organizzazioni scientifiche, gli scienziati, i singoli cittadini e le nazioni intere.

Riferimenti più precisi ad alcune delle pubblicazioni che ho citato:
“Building Buzz: (Scientists) Communicating Science in New Media Environments”, Xuan Liang, Leona Yi-Fan Su, Sara K. Yeo, Dietram A. Scheufele, Dominique Brossard, Michael Xenos, Paul Nealey, and Elizabeth A. Corley, Journalism & Mass Communication Quarterly, 2014. DOI: 10.1177/1077699014550092
“Importance of the lay press in the transmission of medical knowledge to the scientific community”, David P. Phillips, et al., New England Journal of Medicine, 1991. DOI: 10.1056/NEJM199110173251620
“Why should we promote the public understanding of science?”,  Geoffrey Thomas, John Durant,  Scientific Literary Papers I, 1987.
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One Response

  1. chiarofiume ha detto:

    Porsi la domanda “Perché comunicare la ricerca?” vuol dire anche cercare una motivazione, non solo monetaria, per il lamento di accademici e ricercatori del blog roars.it, quando affermano che “…. stiamo toccando con mano i danni dell’ignoranza ….”.

    Uno dei pilastri Horizon 2020 è l’interoperabilità.
    A monte della domanda “Perché comunicare la ricerca?” sta la mancata comunicazione – a partire dagli anni ’60 – di come la ricerca abbia iniziato a dialogare con la Tecnologia dell’Informazione [IT].

    Se quella comunicazione ci fosse stata gli anni ’80 avrebbero potuto vedere emergere un’azienda italiana, l’Olivetti, come fornitore di strumenti e servizi di una Tecnologia dell’Informazione e della Comunicazione [ICT] basata sulla Interconnessione [e l’interoperabilità] di Sistemi Aperti.

    Se l’Olivetti non si fosse votata esclusivamente a una strategia di venture capital la Commissione Europea, a inizio anni ’90, avrebbe potuto evitare l’errore di pensare che acquisire l’interoperabilità potesse essere frutto di lavoro tecnico e normativo.

    Per arrivare a “comunicare la ricerca?” dobbiamo recuperare quegli errori e ricominciare a imparare come dialogore tra di noi attraverso i media.

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