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Parlamentarie, percentuali pasticciate in salsa bellunese (ma non solo)

Dal Corriere delle Alpi online del 31 dicembre 2012.

Dal Corriere delle Alpi online del 31 dicembre 2012.

Ti pare normale che uno che sta a Cambridge, Massachusetts, la domenica prima di cena si metta a interrogare il web sulle parlamentarie del Pd di Belluno? E criticare percentuali in libertà? L’ho fatto. Un po’ perché a ogni votazione mi scatta la curiosità, un po’ perché qualche elezione a Belluno l’ho seguita, sia da giornalista che da consulente, ma anche perché conosco le persone coinvolte, giornalisti e politici. E, dettaglio non irrilevante, da oltreoceano godo di quelle sei ore di ritardo che permettono di aspettare i risultati prima di cena. Quando arrivano, sono numeri che mi fanno rabbrividire. Lo dico con ironia, premettendo alla mia critica l’amore incondizionato per il giornalismo locale e per chi lo pratica.

Il Gazzettino non dà segnali, ci vediamo in edicola. Il Corriere delle Alpi invece condivide con l’intera galassia de la Repubblica uno strumento interattivo per navigare i dati. La chiamano “diretta“, ma l’aggiornamento è da carta stampata: in ritardo di un giorno. Illude il lettore. Secondo me, sbagliando. Se la logica è trovare espedienti per aumentare i click, la missione già quasi impossibile di rimpiazzare con l’online parte delle perdite che ci sono o ci saranno in edicola diventa pura utopia. Nonostante il disappunto, comunque, ne ho dati di colpi di mouse su quel bottone che prometteva la diretta, anche su altri siti del gruppo. Problema mio, fa parte della mania da risultati.

Veniamo alle percentuali. A un certo punto il Corriere informa che Roger De Menech ha stravinto la selezione: 57,71%. Seguono candidati con il 27,4%, 26,9%, 26,2%, 17,5%, 15,5%. Sono andate talmente bene, queste parlamentarie, che le percentuali superano abbondantemente il 100%. A cosa si riferiscono? Non c’è scritto. Segnalo che qualcosa non va, via Facebook, alla giornalista che segue lo spoglio. Intanto mi faccio due conti, basando le percentuali sui numeri di voti, che non corrispondono al numero di elettori perché ognuno poteva esprimere due preferenze. Ecco, allora, che la percentuale acquisisce un minimo di significato e dice questo: De Menech 33,65% delle preferenze espresse (5382) – Bettiol 16,02% – Visalli 15,74% – Dalla Gasperina 15,31% – Cassol 10,2% – Maoret 9,09%.

Lo comunico anche alla testata online Bellunopress, che riportava le stesse percentuali e appena può il direttore Roberto De Nart corregge l’articolo. Scopro così che all’origine dell’errore c’è un file excel del comitato elettorale. Cerco delle controverifiche. Le tabelle interattive del la Repubblica lasciano desolatamente vuota la colonna “percentuali”. E’ la scelta migliore, ma dovevano pensarci prima. Tra Venezia, Padova, Udine, non trovo altri giornali del gruppo che riferiscano di percentuali al modo bellunese. Il Mattino pubblica direttamente la missiva del comitato elettorale, la quale ha le percentuali corrette a modo mio, ma sbaglia a intestare la colonna “votanti”: sono le “preferenze”. Ammesso esista il ruolo, se fossi stato un redattore dedicato al web – le rotative non aspettano – magari avrei approfittato della visione d’insieme sulle province coperte dal gruppo editoriale per considerazioni basate sui dati tipo: a Belluno il 71% dei votanti ha espresso doppia preferenza, a Padova il 98%.

Nelle redazioni bellunesi, in fretta e furia, si sono digitati i numeri e si è mandato in stampa. Spazio (carta) e tempo sono limiti ferrei nei giornali destinati all’edicola, è ovvio. Il lettore capirà. In fondo gli costa come un caffè o poco più, la crisi c’è per tutti e i giornali perfetti non sono mai esistiti. Ma se il giornale non ha la possibilità di verificare e correggere, a cosa serve? Dall’esempio iperlocale si potrebbe arrivare a dibattere di giornalismo a 360 gradi. Applicandolo a questo post sui dati, mi trovo d’accordo con il ragionamento che Sergio Maistrello fa sul fact-checking come autocritica. Mi sento coinvolto, dobbiamo migliorare tutti, correggerci, precisare. E così chiudo questo piccolo esercizio di data journalism da fine anno. Auguri.

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Snow Fall, tanti giornalismi per una storia

snow fall

“Mi sono sentito come se stessi assistendo alla nascita di un nuovo medium, è stato emozionante leggerlo”. Lo scrive Kat, da Toronto, a John Branch, reporter sportivo al The New York Times. Il lettore canadese non si riferisce a uno dei tanti articoli sulle gesta dei San Francisco 49ers, o dei Giants, le specialità del giornalista californiano. Questa volta Branch ha battuto fuoricampo, realizzando un pezzo di giornalismo difficile da definire, come solo le innovazioni più radicali. Ha realizzato, in sei mesi e con la collaborazione di una quindicina di colleghi, un reportage multimediale destinato a fare scuola, oltre che emozionare migliaia di lettori, osservatori, spettatori, ascoltatori. Quanti giornalismi ci sono in questo progetto? Tento un elenco, sottintendo giornalismo per farla più breve: sportivo, d’inchiesta, investigativo, dei dati, multimediale, video-, foto-, scientifico, di cronaca nera, di precisione …

Snow Fall sarà sull’edizione domenicale del Times, domani. Oggi, prima, è online e ha fatto il giro del mondo grazie al web, raccogliendo centinaia di commenti. Si tratta di un lungo racconto giornalistico. Sei capitoli, oltre 3000 parole ciascuno. Questa è la spina dorsale. Contiene le parole e le sensazioni dei sopravvissuti a una grande valanga sulle Cascades, dolci e boscose montagne nell’entroterra di Seattle. Ma non l’avrei intercettato tra i tweet odierni se non fosse integrato da una sequenza di mappe e animazioni tridimensionali, video degli stessi sciatori, registrazioni di telefonate, interviste, fotografie. Il tutto impaginato in uno speciale online. Il lettore – ma è riduttivo chiamarlo così – s’immerge nella storia, scia sulla neve fresca, sente il tremore nella voce di chi chiama i soccorsi, impara cos’è una valanga e quali sono gli strumenti per difendersi e sperare di uscirne vivi.

L’input per quest’opera non è arrivato da un freelance appassionato, da studenti che cercavano un bell’argomento per il progetto di fine master o da un team di giornalisti investigatori. La valanga risparmiò una sciatrice professionista e il gruppo era formato da sciatori esperti. Incuriosito da questo aspetto, un caporedattore dello sport vide nel fatto di cronaca qualcosa di più grande e profondo che un numero di vittime. Ispirato, affidò a Branch il compito di scavare in quella neve e gli diede il tempo per farlo bene. La svolta, spiega lo stesso reporter, fu poi la disponibilità delle persone coinvolte a condividere il proprio tassello di ricordi ed emozioni. L’approccio investigativo portò a esaminare i referti medici e le 40 telefonate ai soccorritori. La necessità di saperne di più sulle valanghe, per fare della storia stessa uno strumento di conoscenza, spinse a mettere insieme i dati misurati e le stime delle persone coinvolte per permettere al centro di ricerca svizzero sulle valanghe di creare una simulazione di quanto accadde a Tunnel Creek, ma soprattutto indusse il reporter a frequentare una conferenza scientifica sull’argomento.

Portata a casa questa mole di informazioni, inizia il lavoro con il team di grafici, datagionalisti e sviluppatori del Times. Il risultato viene pubblicato dieci mesi dopo la valanga, mentre scende la prima neve della stagione invernale e milioni di americani si stanno preparando a viaggiare durante le festività. Alcuni di loro scieranno fuoripista, godendo di emozioni uniche, ma correndo anche un rischio conosciuto in modo, piace immaginare, più informato e consapevole. Altri, altrove nel mondo, proveranno l’emozione di Kat, sprofondando nel medium della storia.

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Sociale, tra i dati della spesa europea

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L’Italia che in seno suo vorrebbe assomigliare alla Danimarca finisce per copiare la Polonia. Modelli di welfare a confronto in un doppio articolo pubblicato da YouTrend.it, con grafici che visualizzano andamento e confronto tra i dati Eurostat. Il primo offre una panoramica sull’aumento della spesa in protezione sociale in Europa, il secondo indaga il caso italiano con un confronto diverso dai soliti noti, prendendo la flexsecurity come chiave di lettura.

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