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Il Nordest alle prese con i biocombustibili. Olio dall’Africa per produrre energia

VENEZIA – Il passaggio epocale dai carburanti fossili estratti dal sottosuolo a quelli coltivati nei campi agita il Nordest. Il Veneto si ravvede e rincorre l’exploit del mais da biogas limitando il campo alla speculazione. Applaude Coldiretti, preoccupata per gli allevatori bisognosi di silomais a buon mercato per alimentare il bestiame. I vicini governanti del Friuli Venezia Giulia, invece, sono alle prese con la richiesta di una centrale termoelettrica alimentata ad olio di palma importato dall’Africa, proposta da Investimenti Industriali Triestini, una società in mano a immobiliari romane. Subito si sono sollevate le proteste di cittadini e ambientalisti, i quali hanno chiesto e ottenuto proprio in questi giorni che il progetto sia sottoposto a una stringente valutazione ambientale. Che la filiera di approvvigionamento sia corta o lunga, quindi, la corsa agli incentivi sulle rinnovabili apre nuovi conflitti nei territori.

VENETO: STOP AI DIGESTORIColdiretti Veneto stima che per alimentare i 170 biodigestori finora concessi dalla Regione Veneto sia necessario dedicare al carburante 14mila ettari, sui 45mila vocati a silomais. Una superficie «di fatto sottratta alla filiera agro-zootecnica regionale», tuona l’associazione, perché se il silomais per alimentare le stalle manca o costa troppo si deve ricorrere ai mangimi. Un meccanismo contro natura che l’assessore all’Agricoltura Franco Manzato ha stoppato con l’avvallo (forse sofferto) del titolare dell’Energia, Massimo Giorgietti. La delibera firmata oggi individua i siti, come aree protette o con coltivazioni di pregio, “non idonei alla costruzione e all’esercizio di impianti per la produzione di energia alimentati da biomasse, biogas e per produzione di biometano”, ma soprattutto frena le turbative di mercato sulle coltivazioni, innescate dagli incentivi europei. La strada dovrebbe invece rimanere spianata per le centrali “virtuose” che producono energia utilizzando sottoprodotti come liquami, letame e altri scarti agro-industriali.

FVG: PETROLIO DALLE PALME? – Può una centrale termoelettrica costruita ad Opicina, sul Carso condiviso con la Slovenia, dare lavoro a 1.350 famiglie nell’Africa equatoriale? Secondo la IIT srl sì: l’ha scritto nel capitolo Ricaduta sociale del progetto per l’impianto in valutazione. Questo il meccanismo previsto. Da 15mila ettari di palme coltivate in Costa d’Avorio o Tanzania saranno spremute 58mila tonnellate di olio, che arriveranno a Trieste in sei navi cisterna dopo 14mila chilometri di navigazione. Dal porto saliranno alla centrale ogni anno 1.075 vagoni cisterna e 473 autocisterne. Tutto questo per sfruttare i contributi in euro (pubblici, in quanto europei). Filiera intercontinentale, il traffico e le emissioni di polveri sottili dalle ciminiere alte 35 metri preoccupano i comuni e le associazioni, Legambiente e Wwf in testa. Gli abitanti hanno raccolto 950 firme contro il progetto e attendono con ansia l’esito della Via regionale (vedi i documenti ).

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La lenta marcia dei treni veneti rende irraggiungibili le montagne

FELTRE (Belluno) – Treni sempre più lenti aumentano il divario tra montagna e pianura veneta. Un gruppo di pendolari della linea Feltre-Padova sta registrando da mesi le performance dei loro convogli. I ritardi di un mese, infatti, valgono mezza giornata di lavoro. In luglio il record: 344 minuti. Certificata l’inefficienza del servizio, è scattata la petizionee 500 firme sono pronte alla consegna.

I DATI – Per questi pendolari il rientro a casa non è mai semplice. I ritardi mensili superano sempre abbondantemente i 100 minuti. Generalmente la discesa dalle Prealpi a Padova si avvicina alle tabelle di marcia, ma dopo una primavera tranquilla si è tornati ai livelli di gennaio, sopra i 120 minuti mensili di sforamento. Dalla bozza di contratto tra Regione Veneto e Trenitalia (la versione definitiva sembra essere top secret) si evince che l’impegno prevede che il 91,5% dei treni arrivi entro i 5 minuti di ritardo. «Così la Regione accetta di abbonare 5 minuti», conclude Lucio D’Alberto, professione pendolare in fasce orarie che si vanno dilatando negli anni.

 

“SPREAD” FERROVIARI – Quota che vai, disservizio che trovi. Se i maggiori ritardi si accumulano in pianura, dove ci sono più utenti (lavoratori e studenti), più fermate e più tratte da incastrare, salendo verso la montagna i rari treni che in estate dovrebbero portare i turisti al refrigerio viaggiano sbuffando sul binario unico, non elettrificato. Anche se per Francesco Ferrarese sono «vecchi ma onorabilissimi», poi, i treni Aln668 fanno un po’ vergognare Carla De Faveri, quando turisti diretti alle Dolomiti passano dalle Frecce alle littorine esclamando: «Non pensavo esistessero ancora treni così!».

LE STORIE – «Ho il piacere di accumulare ritardi e disservizi su due linee diverse», racconta Monia Dal Col, che viaggia tra Belluno e Vicenza, «dal 2005 ad oggi impiego quasi 50 minuti in più per arrivare a destinazione. Pago per salire su un treno di cui ho una vaga idea della partenza e una pia illusione sull’orario di arrivo. Per cercare di fare “coincidenza”, non più garantita da Trenitalia, devo confidare sul buon cuore di capitreno e capistazione». Lucio afferma amaro che «l’unico diritto è a venir trasportato, il che avviene quasi sempre, mentre l’optional puntualità è un miraggio; l’optional informazione è a intermittenza; l’optional pulizia purtroppo dipende anche dagli utenti». Carla si chiede «chi mi risarcisce delle mezz’ore mensilmente decurtate dal mio stipendio per essere arrivata in ritardo? Chi mi ridà il tempo che non ho passato con la mia famiglia?».

LE RICETTE – Investire su infrastrutture e manutenzioni perché «un temporale non dovrebbe causare ritardi di ore». I pendolari non hanno dubbi sulle strategie che dovrebbe adottare Trenitalia per migliorare. Il bisogno di informazione è sentito quanto la puntualità. Carla propone una sorta direview del servizio, per capire dove si annidino davvero le inefficienze. Imputati sono anche Regione ed enti locali, che dovrebbero, dicono i pendolari, sorvegliare meglio il rispetto degli impegni contrattuali e sostenere il trasporto su rotaia, prezioso per i turisti e fondamentale per la qualità della vita dei cittadini.

Questo articolo è stato pubblicato da Il Vostro Quotidiano l’8 agosto 2012

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Addio “cena degli ossi” e ospiti vip. E Calalzo scopre che è finita un’epoca

Amarcord: la "cena degli ossi" del 18 agosto 2011. In primo piano Bossi con guardia del corpo, sullo sfondo Tremonti (che quel giorno festeggiava il 64° compleanno), Calderoli ed Enzo Boso dialogano con Aldo Brancher, di spalle

CALALZO DI CADORE (Belluno) – Nell’era post-bossiana i rituali cambiano, così a Calalzo di Cadore, tra le Dolomiti, si passa dalle esclusive cene degli ossi  e dai compleanni di Giulio Tremonti alla nuova “cena popolare”. Dai ricordi di ministri e accoliti in conclave nel fedelissimo hotel Ferrovia, la trasformazione regala una festa aperta a tutti, gratuita, in piazza. E i consiglieri comunali faranno i camerieri al grido: «Alla gente serviamo noi!». Per il sindaco Luca De Carlo, avvezzo alle trovate mediaticamente efficaci come la cacciata di Equitalia (guarda il servizio di Brontolo su RaiTre) , quella di mercoledì sera sarà una festa paesana molto “politica”.

POPOLO E PADRONI – Di fronte al municipio una tavola imbandita, cibo per tutti e musica. Non offre il Comune, naturalmente, ma tutto è organizzato da un’associazione locale e sostenuto da piccoli sponsor. Perché non è semplicemente una delle decine di migliaia sagre di paese? Perché d’agosto, come d’inverno, Calalzo era solito trovare un giorno di ribalta nazionale per l’incontro quasi intimo, sorvegliato da guardie del corpo e ricercato dai giornali, tra Umberto Bossi, Giulio Tremonti, Roberto Calderoli e compagnia. Non sarà un caso nemmeno che venerdì all’ora dell’aperitivo, in municipio, il giornalistaRenzo Mazzaro presenti il suo libro I Padroni del Veneto, saggio sui protagonisti della politica di quella regione degli ultimi vent’anni: Galan e Zaia. Il sindaco e gli altri organizzatori hanno intitolato la serata “Io amo Calalzo”. Forse che Bossi non lo amasse?

Questo articolo è stato pubblicato da Il Vostro Quotidiano il 6 agosto 2012

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