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Radicchio marocchino e olio tarocco. È allarme per le frodi alimentari

Radicchio a confronto

VENEZIA – Le aziende agricole sono a rischio, qualcuno ha già chiuso. Intanto, il radicchio nei mercati aumenta, ma è marocchino. Gli agricoltori veneti, produttori di oltre la metà del radicchio italiano, invocano una «politica aggressiva contro la concorrenza sleale e un’anagrafe del loro prodotto». Non basta più l’indicazione del Paese d’origine, facile da confondere allo sdoganamento: l’etichetta deve diventare una carta d’identità, deve dire tutto sul produttore. L’allarme lanciato oggi da Coldiretti Venezia riguarda il radicchio di Chioggia. Questa cicoria vanta dal 2008 l’Indicazione geografica protetta (Igp), ma sui banchi di negozi e mercati viene insidiata dall’ibrido, proveniente soprattutto da Marocco ed Egitto.

IL PARADOSSO CHIOGGIOTTO – Sembra identico, ma al gusto il radicchio extracomunitario è un’altra cosa. Niente a che fare con quello veneto, prodotto in 120mila tonnellate facendo fruttare 64 milioni di euro da 8.300 ettari di terreno. Il 70% di questi numeri è merito del radicchio di Chioggia, prodotto in due stagioni: settembre-marzo e aprile-giugno. «È proprio in questo periodo che i produttori locali sono insediati dal radicchio ibrido», spiega Giuseppe Boscolo Palo, presidente dell’ortomercato di Chioggia, riportando segnali preoccupanti dalle bancarelle, dove arriva sempre meno cicoria e a prezzi che non ripagano la produzione. Ma il “paradosso chioggiotto” è solo il più recente di una serie di frodi e slealtà nel commercio di prodotti agricoli.

LE ALTRE TRUFFE – A Siena, pochi giorni fa, il sequestro di 8mila tonnellate di falso extravergine toscano. A inizio giugno tra Toscana, Emilia e Lazio i Nas dei carabinieri hanno indagato 17 persone, bloccando un’operazione che avrebbe potuto portare sugli scaffali 500 mila litri di olio extra vergine di oliva contraffatto. A Vibo Valentia, l’operazione “Falso d’autore” del Corpo forestale dello Stato ha intercettato false cipolle di Tropea: a fregiarsi del marchio Igp erano cipolle rosse comuni. La melanzana spagnola col bollino made in Italy è invece la protagonista in un supermercato del Ragusano. E questi sono solo alcuni degli episodi dell’ultimo mese.

LA DENUNCIA – L’olio falso, ma soprattutto il radicchio marocchino, non sono piaciuti per niente a Franco Manzato, assessore all’Agricoltura della Regione Veneto. Chiama in causa il governo e pretende una Commissione delle Politiche agricole per varare misure contro le frodi alimentari. «L’attuale sistema presenta troppe falle – attacca Manzato – chi ha il potere e la competenza deve intervenire senza ulteriori tentennamenti e rinvii. Noi abbiamo suggerimenti da dare su come muoversi». Per Coldiretti è urgente stringere le maglie alla frontiera, ma la madre di tutte le battaglie resta quella per l’etichetta: più dati racconterà, migliore saranno i risultati della lotta al “Radicchio sounding”.

Questo articolo è stato pubblicato da Il Vostro Quotidiano il 26 giugno 2012

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«Io, “signor nessuno”, voglio diventare consigliere d’amministrazione Rai»

MILANO – Da quasi dieci anni punta a entrare nella stanza dei bottoni della Rai per cambiarla. La vorrebbe aperta ai giovani e con poca pubblicità. Dei compensi milionari agli artisti, poi, non vuole nemmeno sentir parlare. Piuttosto investirebbe in informazione e divulgazione. Roberto Menegon di mestiere posa marmo e piastrelle, ma tolti i guanti ama occuparsi di interessi pubblici. Per tre volte si è candidato sindaco di Fanna, comune pordenonese di 1.500 abitanti. Poi si è proposto per la Rai e nel 2011 ci ha provato anche con il consiglio della locale Banca di Credito cooperativo. Mentre il suo nome gira l’Italia in cima alla lista dei candidati al consiglio di amministrazione dell’emittenza pubblica, lui è al lavoro, in Austria.

Menegon, come nasce questa candidatura?

Mi interesso di Rai dal 2002 e dall’anno dopo sollecito l’inserimento del mio nome nella lista. Con la legge Gasparri occorre scrivere ai presidenti delle camere e così ho fatto. Ricordando che la scadenza era vicina, ho telefonato proprio pochi giorni fa per sincerarmi che il mio nome ci fosse.

Cosa proporrà da consigliere?

Chi paga il canone ha diritto a un’impronta più divulgativa e informativa della televisione pubblica. La pubblicità va limitata, perché la paghiamo ogni giorno al supermercato. Non vedo giovani nei palinsesti, mentre sono incomprensibili i cachet miliardari dati a certi artisti.

Cos’è stato, ormai molti anni fa, a portarla a interessarsi così della Rai?

Notai che l’ascolto del pubblico si spostava verso le televisioni private. Mancando un ruolo di informazione e didattica nella Rai, le persone si sono allontanate. Volevo fare qualcosa per migliorare la situazione.

Cosa pensa del canone?

I cittadini non se ne rendono conto, ma il canone è una specie di azionariato, è ciò che ci permette di partecipare. Io sono per la democrazia partecipativa. Solo così possiamo intervenire per valorizzare il patrimonio informativo e i giovani, portare proposte civiche.

Lei parla molto di giovani…

La Rai dovrebbe considerare di dare lavoro ai giovani che abbiano studiato cinematografia o arte. Vediamo tutti com’è. Basta pensare che sono il più giovane tra i candidati, ma ho 49 anni. Sono io che abbasso la media d’età dei candidati. Questo proprio non me l’aspettavo.

Si presenta come comune cittadino, ma si è candidato sindaco…

Per tre legislature. Nell’ultima non sono stato eletto perché eravamo tanti candidati sindaco e c’era uno sbarramento (prese 47 voti, il 5,04% ndr). Da unico del mio gruppo di minoranza, però, sono stato per anni in tutte le commissioni e ho visto tutte le delibere di giunta. Posso dire di aver maturato una certa esperienza.

Si è candidato anche per il cda della banca di credito cooperativo di San Giorgio e Meduno?

Sì, sono stato il primo dei non eletti. Sono socio. Nell’ultima assemblea sono stato criticato, mi hanno dato del comunista perché ho osato ricordare che la banca è stata fondata nel 1891, lo stesso anno del Partito Socialista Italiano. Non era un riferimento a caso. Volevo ricordare che le cooperative le hanno fatte artigiani e operai, gente che lavora. E’ così dappertutto, anche in Austria.

Ha tessere di partito?

No, ora no.

E in passato?

Sì, di sinistra.

Quali partiti?

Pci, Rifondazione… ma da candidato sindaco avevo la lista Programma Alternativo, una civica con persone di varie provenienze. Vedremo se estenderla per le elezioni regionali…

Cosa si aspetta da questa candidatura per la Rai?

Ho buone aspettative.

A chi obiettasse una sua scarsa competenza specifica nell’ambito della televisione, dell’informazione e dello spettacolo, cosa risponderebbe?

Che sono un esperto di pubblici bilanci e che il compito sarà quello di seguire lo statuto e le leggi, svolgendo il mandato nel rispetto di chi paga il canone.

Si è già studiato il bilancio della Rai quindi?

Certo, l’ho guardato su internet, ma non lo mettono tutto…

 

Questo articolo è stato pubblicato su Il Vostro Quotidiano il 13 giugno 2012

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Milano e Roma meno care per i manager stranieri

Governi e multinazionali quest’anno trovano Milano e Roma un po’ meno care. Potrebbero sceglierle per insediarvi qualche nuovo dipendente o manager. Piuttosto, ne approfitteranno per ridurre a chi già lavora in Italia l’indennità per le spese di vitto e alloggio. Stando all’indagine realizzata in marzo e appena pubblicata dall’agenzia Mercer, infatti, le metropoli italiane nell’ultimo anno si sono allontanate dalle città più costose del mondo per gli ‘espatriati’. Milano ha perso ben 13 posti, scendendo al 38°, mentre Roma passa dal 34° del 2011 al 45° attuale. Sul podio Tokyo, Luanda (Angola) e l’altra nipponica Osaka.

L’indice di riferimento è New York. La Grande Mela e il dollaro sono stati scelti dai ricercatori come base per calcolare i prezzi, in un paniere che comprende l’affitto di un appartamento di lusso con due camere, il biglietto per il cinema, un paio di blue jeans, benzina, soda, hamburger, giornale e caffè. Un assortimento non proprio mediterraneo, ma è su questo standard che i clienti di Mercer, ovvero organismi internazionali e grandi aziende, ora aggiusteranno i costi del personale impiegato all’estero.

Meglio Milano di Shangai (16) e Pechino (17). “La combinazione dell’incremento dei prezzi dei beni e del rafforzamento dello yuan, ha spinto le città cinesi in alto nella classifica. L’alta domanda di alloggi, inoltre, ha alzato i prezzi degli affitti”, spiega Nathalie Constantin-Métral, responsabile Mercer.

L’andamento delle valute è determinante per le scelte. Il dollaro statunitense che si indebolisce nei confronti di quello australiano e dello yen, agevola la risalita nel ranking di Sidney (+3 posti), Melbourne (+6), Brisbane (+7), Perth (+11), Canberra (+11) e Adelaide (+19). E propizia il primato di Tokyo, che scavalca Luanda. Di contro, Centro e Sudamerica appaiono più attraenti. L’Avana, crolla dal 46° al 99° posto. Si spende meno anche a San Paolo, Rio e Brasilia. Le europee si dividono. Mosca, Ginevra e Zurigo rimangono ai piedi del podio. Le italiane, con Londra (25), Parigi (37) e Vienna (48) costano meno rispetto al 2011. Anche in questa classifica la Germania esce vincente rispetto alle altre nazioni europee: non c’è traccia delle città tedesche tra le 50 più care per gli espatriati.

 

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