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Il Trentino detta legge sulle case in legno

Un Noè dei giorni nostri non cercherebbe rifugio in una barca, ma in una casa di legno: finirebbe sommersa da un diluvio universale, ma i terremoti rimangono più probabili. E la sua Arca sarebbe una certificazione: sta per ARchitettura Comfort Ambiente ed è stata studiata in Trentino mettendo assieme “le migliori regole e prassi per costruire in legno, codificate da esperti di livello internazionale”, assicura Diego Laner, presidente di Trentino Sviluppo. Abitazioni, scuole, alberghi marchiati Arca promettono resistenza ai terremoti e al fuoco, alte prestazioni energetiche, sostenibilità ambientale e durata nel tempo.

E’ l’uovo di Colombo dell’edilizia? Non proprio: servono professionisti e fornitori all’altezza, perché il regolamento tecnico dà i voti. Se si superano gli 80 punti si ha la certificazione Platino altrimenti si scala colore: oro, argento e verde. Se il legno è locale, ad esempio, si conquistano 6 crediti, e la filiera ringrazia.

In Trentino hanno fatto qualche calcolo. Chi sceglie la casa in legno certificata approfitta di una costruzione che vale il 7/8% in più, mantiene il valore più stabile nel tempo e costa annualmente l’8/9% in meno. Diego Loner, vicepresidente di Manifattura Domani aggiunge che “il valore del fatturato consolidato delle costruzioni in legno locali alla data del 2009 è destinato a triplicare entro i prossimi tre anni”. A Trento ci credono, tanto che 32 aziende si sono accreditate da subito come pionieri della certificazione Arca.

Così la Provincia Autonoma, che ad Arca ha dedicato 34 pagine del suo mensile, preme sull’acceleratore dell’innovazione e lascia sul posto le province montane concorrenti. “Arca non è una mera operazione di marketing – scrive Alessandro Olivi, assessore all’industria, artigianato e commercio della PAT – ma mira a trasformare le potenzialità della filiera foresta-legno in valore economico per le imprese e competività per l’intero sistema trentino“.

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Tassa.li, i cittadini sentinelle antievasione

mappa evasione tassa.li

Un’immagine della mappa che è possibile consultare su tassa.li

A Bressanone 220 euro in servizi. A Chiusa, sempre Alto Adige, altri 780. E poi 100 in un ristorante di Selva Val Gardena, altrettanti in locale notturno di Vodo di Cadore, per salire ai 976 di una cena a Bressanone, 1.500 in servizi ad Arabba e altri 8.000 in Valbelluna. Non sono prezzi ‘ivati’, bensì cifre pagate senza ottenere scontrino o fattura. Tutto ciò è documentato e disponibile online su tassa.li, un sito web realizzato da un giovane laureato al Politecnico di Torino, Edoardo Serra e dal suo team.

I dati che vanno a popolare la mappa dell’evasione non sono forniti dall’Agenzia delle Entrate o dalla Guardia di finanza, ma dagli stessi avventori dei locali o clienti di negozi e professionisti. Avvenuta la transazione esentasse e chiusa alle spalle la porta del negozio, il cittadino impugna lo smatphone e digita il prezzo pagato nell’apposita applicazione (disponibile per iPhone e Android). Il contenuto è generato dal cliente. La geolocalizzazione è automatica, l’anonimato totale per l’evasore, come per chi lo denuncia.

Il progetto mira a disegnare una mappa dell’evasione da “con o senza scontrino?” e sensibilizzare sulla necessità che le tasse vengano pagate per interesse collettivo. Nelle principali città italiane le segnalazioni sono molte e a livello nazionale in pochi mesi il conto è arrivato a quasi 16 mila ‘denunce’ per oltre 2,3 milioni di euro sconosciuti al fisco.

Anche nelle vallate dolomitiche i consumatori si sono messi all’opera. Nei capoluoghi Trento, Bolzano e Belluno sono state segnalate una settantina di evasioni, per la gran parte consumazioni al bar e acquisti in negozi. Compaiono sulla mappa evidenziati dai cartellini dei prezzi irregolari molte cittadine e paesi da Ponte nelle Alpi (10 euro al bar) a Brunico (60 euro in negozio), passando per Borca di Cadore (20 euro nel locale notturno). La regina delle recenti cronache sull’evasione, Cortina d’Ampezzo, ne esce, per il momento, immacolata.

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Storie di uomini e imprese di montagna

Da ‘foresto’ si è interrogato sulla vita in montagna, da giornalista è andato a cercare le risposte. Ha chiesto ai montanari, entrando nelle case, negli uffici e nei laboratori dove creano e lavorano. E perché. Così Stefano Vietina ha collezionato 45 interviste per il quotidiano bellunese Corriere delle Alpi, poi raccolte in un libro dal titolo limpido: Storie di uomini e imprese che fanno vivere la montagna.

Storie di uomini e imprese, Stefano Vietina

La copertina del libro

Perché si è messo alla ricerca delle storie imprenditoriali di queste vallate dolomitiche?

Ero incuriosito dagli effetti della crisi dell’occhialeria. Se è vero che fino a pochi anni fa questo settore, da solo, assorbiva il 75% degli occupati del Cadore ed oggi solo il 40%, dove era andato a lavorare questo 30% circa di differenza? Non tutti erano ovviamente in età da pensione. Da qui sono partito e mi sono messo alla ricerca di aziende grandi e piccole, per capire questa nuova geografia economica. Mi ha aiutato la curiosità, la passione per la montagna, ma soprattutto la considerazione che ho da sempre per chi vive in queste valli.

Approcciando il libro sembra aprirsi uno scrigno normalmente tenuto lontano dalla vetrina mediatica, fatto di imprese vissute, ma poco raccontate. Si è fatto un’idea del perché tanti imprenditori bellunesi tendano a dosare le parole, a non scegliere la comunicazione correndo il rischio di subirla. Del perché “lavorino in silenzio” per usare le parole di Monestier…?

Omar Monestier, direttore del Corriere delle Alpi, nella sua bella presentazione del libro, sostiene in effetti che “Ai bellunesi è mancata spesso la voglia di raccontarsi. Per pudore, per semplicità, per mancanza di vanagloria. E’ sempre stato così e non c’è motivo di meravigliarsene. Nella cultura della gente di montagna l’esibizione non ha mai trovato posto…” Il pudore, in effetti, è un freno, così come anche la paura di scatenare invidie ed inimicizie, che spesso seguono a ruota il successo. “Eppure ci sembrava sbagliato che tanta capacità geniale di fare e di fare bene non venisse narrata…” prosegue Monestier. Ed è quello che ho cercato di fare io, con la curiosità del giornalista, con la passione del turista, con l’incoscienza propria di chi viene da lontano ed approccia la realtà scevro dal disinganno provato da chi, invece, qui vive e spesso soffre. “Ci voleva una scrittura gentile – dice ancora Monestier, e lo ringrazio di questo – con un accento “foresto”.” Ecco, probabilmente al foresto si parla con minor timore, se questo foresto sa farsi apprezzare e ben volere.

Definisce cadorini e comeliani gente “tosta”, quali caratteristiche, più o meno positive, sono intese in questo aggettivo?

Li definisco così a ragion veduta, avendone sposata una che esemplifica bene queste caratteristiche di tenacia, forza d’animo, orgoglio, volontà ferrea, diffidenza verso le cose troppo semplici, disinganno. Che si traduce, in positivo, nel saper fare tanto e bene; nel sapersi ritagliare il proprio spazio vitale anche in un ambiente difficile ed ostile come la montagna; nel combattere quotidianamente a viso aperto. In negativo, se posso permettermi, nel non saper fare squadra, nell’innalzare la bandiera dell’individualismo fino a scontrarsi con gli altri, invece di collaborare.

L’ambiente unico delle Dolomiti è un attore protagonista nelle storie che ha raccolto?

Certamente. L’ambiente della montagna è difficile, spesso ostile, e se non riusciamo a far restare i giovani in montagna questo ambiente deperisce e muore. Anche se è patrimonio mondiale dell’Unesco. La montagna non è solo un grande parco divertimenti, dove turisti e sportivi vengono a cercare sollievo dallo stress cittadino. La montagna vive veramente solo se è abitata, curata ed accudita da coloro che ci sono nati e che vi risiedono tutto l’anno. Ma vivere in montagna si può? In un’epoca come la nostra, dominata dalla globalizzazione, quanto è difficile abitare, lavorare e creare ricchezza, opportunità e sviluppo in un’area dove le “comunicazioni” in senso lato sono più difficili? Questo dobbiamo chiederci se vogliamo aiutare la montagna, e la gente di montagna, a sopravvivere.

Per lavoro e come docente segue da tempo i cambiamenti dei media e della società. Le chiediamo una predizione. Arriverà, lo speriamo, il giorno in cui tutti i borghi dolomitici saranno “wired”, connessi al mondo come nel resto del mondo connesso. Come cambierebbe la vita in montagna con le “connessioni” della pianura?

Spero che le connessioni in montagna presto non solo si adeguino a quelle della pianura italiana, ma soprattutto raggiungano il livello dei Paesi nordici dell’Europa, dove si è capito che la rete aiuta, stimola, crea lavoro e consente di vivere meglio. Siamo molto arretrati in Italia, dove solo da pochi giorni è su internet un po’ più del 50% della popolazione. Ed è per questo che dobbiamo correre e che la montagna deve correre ancora di più. In montagna si può anche fare ricerca avanzata, come dimostra il MultiPhysicsLab di Vallesella di Cadore, di cui parlo nel libro. E la si può fare meglio che in città, perché l’ambiente di montagna stimola la mente dei ricercatori. A patto però che si superino rapidamente le barriere tecnologiche che ancora si frappongono alla connessione veloce.

Oltre all’infrastruttura, secondo lei serve un impegno per l’alfabetizzazione ai nuovi media?

Noi digitali acquisiti facciamo fatica a ragionare nei termini del web 2.0, ma possiamo superare questa barriera, anche culturale, nel momento in cui comprendiamo come la rete possa darci una mano in più anche nel lavoro, oltre che nella gestione dei nostri interessi. Io insegno in Università (il mio corso di Sociologia dei Media si occupa in particolare di nuove tecnologie e comunicazione) proprio per avere un contatto costante e diretto con il mondo della ricerca e dello studio e con quello dei giovani. I “nativi digitali” ci insegnano a convivere positivamente con la rete. Noi adulti facciamo qualche fatica in più, ma possiamo aiutare i giovani a vedere le cose con maggiore spirito critico. Nel dialogo diretto, intenso, quotidiano tutti ne abbiamo da trarre qualche vantaggio.

Tra 45 storie interessanti, ne scelga una che l’ha sorpresa e una che ci sorprenderà in futuro.

La prima che mi viene in mente è senz’altro la storia di Lorenzo De Candido, l’uomo che vive con le api. Ci siamo sentiti un sabato mattina di agosto, nel pomeriggio è passato a prendermi e siamo andati nella località Le Ante, sopra Santo Stefano di Cadore. “Vieni che ti faccio conoscere la regina”, mi ha detto con grande semplicità. E così siamo stati insieme quattro ore, in pratica tutto quello splendido pomeriggio di sole, a vedere le api, mentre lui mi spiegava la bellezza di questa sua passione. Un ragazzo d’oro, preparatissimo, coscienzioso, innamorato del suo lavoro. Chi ci sorprenderà in futuro? Senza dubbio i giovani. Io ne ho intervistati alcuni che fanno gelato, birra artigianale, confetture di tarassaco, miele, frumento, che si occupano di arte, di cultura e di tradizioni… Ma ce ne sono molti altri che non vogliono mollare, che hanno scelto di continuare a vivere in montagna e di montagna, che segnano una strada anche per le nuove generazioni. Sono loro che in un futuro anche abbastanza prossimo, ci sorprenderanno.

Il libro di Stefano Vietina “Storie di uomini e imprese che fanno vivere la montagna” (Edizioni Arco, pagg. 238, euro 10,00) raccoglie 45 interviste pubblicate, nel corso di un anno, sul quotidiano Corriere delle Alpi. Una panoramica su altrettante sfide imprenditoriali nate e cresciute all’ombra delle Dolomiti bellunesi, che rappresentano la variegata capacità di reagire alla fine del boom dell’occhialeria che pareva aver monopolizzato gran parte delle risorse e delle energie vitali di queste vallate: dal legno alla birra, dall’edilizia alla robotica, dall’arte all’idraulica, dalle stufe agli interruttori, dalle chiavi ai biscotti… Il volume è in vendita presso alcune edicole e librerie del Cadore e del Comelico, oltre ad alcune librerie di Belluno e Padova. Info sui siti www.stefanovietina.it e www.arcosrl.info, dove può anche essere acquistato online.

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