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Bariloche, con le Dolomiti nel cuore

Quindici bellunesi nella terra dei sette laghi. Della comunità che accese lo sviluppo di San Carlos de Bariloche in Argentina sono rimaste le opere e i ricordi. Il castionese Primo Capraro in quello che allora era un paesino sconosciuto convocò molti bellunesi, autentici pionieri in un “nuovo mondo” in cui costruire, commerciare, dare di che vivere alle famiglie. I figli di quei pionieri hanno le Dolomiti nel cuore, ma sono gli ultimi a poterle considerare terra natale. I più giovani sono nati sulla soglia della Patagonia.

A Bariloche oggi c’è un manipolo di bellunesi. Il punto di riferimento è Bruna Dal Farra, friulana ma vedova di un bellunese. L’elenco comprende Carlo Marin, Antonio De Pellegrin, Pietro Levis, Aldo Carniel, Gino Dal Farra, Benito e Gentile Secco. Ci sono i De Barba: Rinaldo, Enzo, Elsa e Angelo. E le vedove Maria De Col, Nina Zilli, Ida De Pellegrin, Nina Secco.

I loro figli sono argentini e come tutti gli argentini sanno che le loro radici sono piantate in un’altra parte del mondo. Belluno si va sbiadendo nei ricordi. E’ Veneto. E’ sempre più Italia. Allargando i confini è anche più facile trovare qualcuno con cui condividere l’appartenenza a una comunità.

«I figli sentono forti le radici italiane», assicura Bruna Dal Farra, ma per chi è nato in Italia «la nostalgia è come una malattia». I bellunesi hanno portato con loro in Argentina «la cultura del lavoro e del risparmio». Il denominatore comune degli immigrati italiani è la casa di proprietà. Attorno alle loro case, però, sono sorti edifici di ogni genere. «La città è cresciuta male», conferma Dal Farra. Basta pensare che dal 1980 al 1991 Bariloche è passata da 60 a 80 mila abitanti e oggi è sui 100 mila. Compresi gli indios accampati alla meno peggio in periferia.

La laboriosa comunità bellunese a Bariloche ha disseminato segni evidenti. C’è il busto di Capraro che guarda la piatta distesa del lago Nahuel Huapi. Ci sono i negozi, gli aberghi. C’è la ferrovia che Capraro iniziò ma non vide completa. C’è la copia bronzea della “Regina delle nevi”, opera di Franco Fiabane, portata in Patagonia nel 1980 da una delegazione capitanata dal sindaco di Belluno Mario Neri.

Se Bariloche oggi è la principale località sciistica del Sudamerica è merito anche dei bellunesi. La loro Cortina l’hanno trovata sulle Ande, ai piedi del Cerro Catedral, monte da 2388 metri. Nell’inverno patagonico, che coincide con l’estate europea, arrivano migliaia di sciatori dall’Argentina ma non solo. Sono soprattutto i brasiliani a gradire la neve di Bariloche. Non la raggiungono più in treno, che da una decina d’anni non collega più la città patagonica con Buenos Aires. Oggi in Argenitna si viaggia con l’aereo (più costoso ma veloce) o con il pullman (un giorno di comodo viaggio dalla capitale).

I numeri dicono molto. A San Carlos de Bariloche atterrano 82 voli a settimana e arrivano 150 pullman al giorno. Gli impianti di risalita del comprensorio del Catedral in alta stagione ricevono quotidianamente 12 mila persone.

La famiglia De Barba, trapiantata da Polpet, è tra quelle che hanno saputo cavalcare l’onda del turismo. I fratelli Rinaldo, Elda ed Enzo vantano alberghi di primo piano nel centro della città patagonica. Uno è in costruzione nella periferia. O, meglio, in quella che era periferia e ancor prima area incontaminata del parco nazionale Nahuel Huapi. L’esplosione urbanistica di Bariloche sta inghiottendo metro su metro le pendici del Catedral e le rive del lago. Chi raggiunge la località turistica con un omnibus, magari dopo venti ore filate di viaggio iniziato nel caos della capitale federale e proseguito per ore nella Pampa, capisce che sta per terminare il viaggio perché a bordo strada si susseguono cartelli che pubblicizzano la vendita di terreni. Chi costruirà su quelle porzioni di terra, gelida d’inverno e verde nei pochi mesi estivi, vedrà fruttare il suo investimento ospitando sciatori, escursionisti e scolaresche. La gita a Bariloche, infatti, è un appuntamento irrinunciabile nella carriera scolastica degli argentini.

All’hotel Nevada, il primo della stirpe De Barba, recentemente ristrutturato in stile alpino, c’è l’unico giovane con sangue bellunese nato in Italia. E’ il figlio di Elda De Barba, Gianni Gressani. Il padre è di Paluzza. Gianni è nato nel 1966 a Udine, nel bel mezzo dell’alluvione. A Bariloche è l’unico della sua generazione a parlare fluentemente l’italiano. Merito dei genitori che in casa non hanno mai preferito il castellano. La madre Elda si sente italiana nel midollo e ha trasmesso al figlio l’amore per l’Italia. Gianni Gressani però ha capito veramente da dove veniva solo nel 1988, grazie a un viaggio che l’ha portato in Friuli accompagnato da coetanei figli d’emigranti provenienti da tutto il mondo. «E’ stato un ritorno alle origini».

Tra le varie famiglie di imprenditori bellunesi c’è anche quella dei Secco. Benito Secco sulla via principale della città propone vetrine piene di cioccolato firmato “Del Turista”. Di Carniel è l’hotel Nahuel Huapi. E l’elenco potrebbe continuare. Con gli anni rimarranno bellunesi tutte le insegne e i cognomi, mentre i discendenti di Capraro e degli altri pionieri saranno sempre più argentini. Polpet, Sossai e Faverga saranno posti lontani, dai quali i “vecchi” salparono in cerca di fortuna.

Questo articolo è stato pubblicato dal Corriere delle Alpi il 28 novembre 2007 assieme a questo

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