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Centraline, verso un freno al mini-idro

BELLUNO. Come si fa a trovare un equilibrio tra sfruttamento economico dell’acqua e sua tutela? Se lo chiedeva la Provincia di Belluno in una tavola rotonda organizzata quando nel Bellunese si contavano 84 derivazioni per uso idroelettrico e si delineava l’esplosione del mini-idro. Erano due anni fa, a Falcade, appena dopo l’inaugurazione della centralina idroelettrica sull’acquedotto Focobon. In quella sede il biologo consulente di Palazzo Piloni Marco Zanetti illustrò la proposta di creare un «documento di indirizzi».

Quegli indirizzi annunciati ci sono?

«Il convegno fu l’occasione per far emergere il problema. Il documento è stato studiato e prevede gli indirizzi di tutela. Per esempio sono state individuate delle aree in cui non si vogliono altre centraline. Si prevede che nelle aree tutelate, Sic e Zps (siti di interesse comunitario e zone di protezione speciale, ndr), non si possano costruire centraline, cioé non si possa artificialmente abbassare la portata dei corsi d’acqua. Nello stesso tempo si individuano corsi d’acqua meritevoli di tutela e aree già con particolare concentrazione di captazioni in cui tenere conto della sommatoria di tutti gli interventi».

A che punto è questo documento?

«Io mi limito alle valutazioni tecniche. Posso dire che si è preso spunto dal modello trentino, che prevede che le valutazioni siano fatte preliminarmente. Quindi si fissano dei criteri precisi che permettono di dire subito se il progetto della centralina può essere portato avanti o no».

Si va verso uno stop al mini-idro?

«La Provincia sta valutando da tempo la questione. Dal punto di vista tecnico è indispensabile fare un bilancio mettendo sul piatto non solo il guadagno economico, che è sempre e solo sulla carta, ma anche il decadimento del patrimonio ambientale e per il turismo. Pensiamo solo a quanti sono i pescatori che vengono nel Bellunese. Si può sacrificare un corso d’acqua se non ha caratteristiche eccelse, ma bisogna pensare a tutti i costi e benefici».

Costi e benefici. Nei consigli comunali si sente parlare sempre più spesso di centraline idroelettriche che fruttano già o che sono in previsione. Per i comuni sono entrate importanti.

«Anche nel caso in cui un’amministrazione decide di sacrificare un corso d’acqua per motivi economici, potrebbe reinvestire sul territorio. Ci sono molti torrenti e fiumi degradati a cui è difficile ridare dignità».

A cominciare dal Piave.

«A cominciare dal Piave, ma vale anche per i vari Padola, Digon, Boite… Altra regola che troverei giusta è quella di far bonificare l’acqua prima di concederla».

Quindi non si tratta di dire sì o no a nuove centraline?

«Sì, è un problema complesso e sul quale non bisogna avere chiusure a priori, ma valutare caso per caso. Non si deve avere solo l’ottica di guadagnare di più. Ci sono anche interventi che possono dare benefici. Come le centraline sugli acquedotti. In pianura ci sono fiumi con briglie e piccoli dislivelli, ma con grande portata. Si dà la possibilità di sfruttare quella portata per produrre energia, ma come compensazione si chiede la costruzione di scale di rimonta per i pesci».

Torniamo al Bellunese. Come fotografa la situazione?

«La fotografia? Fa paura. La somma delle microcentraline è come una miriade di spilli piantati su un corpo già martoriato. E altre centinaia sono in progettazione, per questo servono delle regole».

Quindi la prospettiva, se non si interviene, qual è?

«Se non si farà niente, sono convinto che comunque la natura farà venire i nodi al pettine. Si vedrà che i guadagni non saranno quelli che si prevedono. Pensiamo ad esempio a quando non ci saranno più i certificati verdi. Non si produrrà più, ma le centraline rimarranno lì. In realtà l’idroelettrico non è un’energia pulita. Non dà emissioni, ma incide sull’ambiente. Spero che a breve arrivino le decisioni».

Secondo lei ci sono delle lobby che rallentano queste decisioni?

«Per deformazione professionale mi limito agli aspetti tecnici, anche se potessi non risponderei perché non ho informazioni in proposito».

Una regola comunque c’è già ed è quella del noto “deflusso minimo vitale”, che dovrebbe essere rispettato.

«Nelle regole da attuare in futuro sarà importante non commettere l’errore del dmv, che fissa un limite e dà l’idea che entro quel limite tutto si possa fare. Con la Provincia di Belluno stiamo lavorando per dei parametri oggettivi che vanno incontro anche a chi progetta».

Cioé se bloccano, lo fanno prima della valutazione di impatto ambientale?

«Costituiranno una fase di screening, preliminare. Dico che vanno incontro a chi progetta perché i loro costi non sono indifferenti. Così si fa una selezione a monte, prima ancora della progettazione. Per quanto riguarda le valutazioni di incidenza ambiantale, sono contento che la finanziaria abbia introdotto la responsabilità per chi le firma. Prima in caso di errore pagava lo Stato, ora siamo responsabilizzati noi tecnici».

Nel 2005 fece dei numeri sul Bellunese. Parlò di 691 derivazioni, 84 a uso idroelettrico, 480 mila litri al secondo di acqua captata. Li può aggiornare?

«Dopo quella tavola rotonda ci fu un balletto di cifre, ma lo stato attuale non è censito. La situazione si è complicata e si cerca di rimettere insieme i dati».

Passiamo agli effetti delle centraline. E’ vero che l’acqua turbinata perde qualità e alimenti per la fauna ittica?

«Non sempre, anzi. In alcuni casi l’acqua turbinata può dare un’ossigenazione migliore, dipende dal rilascio. Sono i grandi rilasci che hanno un’incidenza, penso a Busche, Soverzene e tanti altri. Per quanto riguarda l’alimento, non si trova nel mezzo, nell’acqua, ma nella vegetazione e in generale nell’alveo. Il problema è altrove: dove tolgo l’acqua. E’ in quel tratto che le condizioni di vita devono rimanere le stesse».

Ma il deflusso minimo vitale non assicura condizioni sufficienti?

«Il dmv nei piccoli corsi d’acqua diventa veramente troppo piccolo. Ma sta a chi fa la Via di decidere se aumentare la portata al di sopra del dmv. Si cerca anche la modularità. I torrenti alternano durante l’anno periodi di morbida, cioé di piena, a periodi di minore portata. I cambi devono comunque accompagnare la vita biologica e i periodi di morbida. E’ un danno “imbalsamare” la portata, mantenendola costante durante l’anno».

Ma chi deve controllare il dmv?

«Bellissima domanda. Spero che il giudice ce lo dica (riferimento al tribunale di Belluno dove l’Enel è imputata proprio per il dmv, con il ministero dell’Ambiente parte civile, ndr). Ci deve essere un controllo e questa è una delle cose che la Provincia sta prevedendo. Servono controlli sulla portata e biologici. Anche per ragioni di studio. Non sappiamo ancora esattamente cosa succede quando si preleva l’acqua da un torrente».

Quindi sull’argomento continua la ricerca.

«Proprio in questo periodo in Bioprogramm (società di biologi professionisti, ndr) stiamo concludendo un grosso lavoro commissionato dalle province di Belluno e Treviso e dall’Autorità di bacino. Il titolo è “Piano strategico evolutivo sulle risposte del biota all’applicazione del dmv nell’alto e medio corso del bacino del Piave”. Si tratta di valutazioni sull’impatto delle captazioni dal punto di vista biologico. I risultati saranno interessanti, daranno un’idea sulle risposte del fiume».

Questo articolo è stato pubblicato dal Corriere delle Alpi il 22 maggio 2007

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